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Lì dove ho pianto – Giovanni Ricciardi,  2013

 

Atlante delle Nubi

Errore tutto umano è quello di scambiare costantemente la propria capacità rappresentativa con l’oggetto rappresentato. Equivoco di fondo che anima i saperi, favola bella con finalità estremamente rassicuranti.
La cartografia navale assolveva esattamente questa funzione, provare a tracciare i confini delle terre emerse, le secche e tutti i pericoli connessi con il contatto con l’ignoto.
Via via si sono perfezionate le mappe, sono stati aggiunti nuovi dettagli, i naviganti hanno avuto la possibilità di affrontare viaggi verso terre lontane avendo a disposizione elementi nuovi, raccolti da altri naviganti che a forza di naufragi hanno potuto perfezionare le coordinate di navigazione.
Eppure i naufragi non sono finiti, secche inaspettate, spuntoni di roccia in mezzo al mare hanno continuato a far affondare le navi in tutte le epoche.
L’equivoco è stato quello di scambiare mappa con il luogo, non tenendo conto del fatto che la conoscenza umana per quanto possa essere affinata non riuscirà mai a restituire l’interezza del luogo con tutte le sue sfumature.

Da questa riflessione parte la raccolta di opere Atlante delle nubi, titolo che ci ricorda come sia impossibile mappare i nembi temporaleschi, sempre in fuga e sempre con forme diversissime e cangianti.
Come può l’uomo pretendere di fare chiarezza? Sebbene gli strumenti tecnologici siano sempre più precisi e garantiscano maggiore affidabilità, spesso la pioggia arriva inaspettata, nubi minacciose scappano via verso altri luoghi. La rappresentazione di ciò che è mutevole sarà sempre solo parziale ed approssimativa, istantanea che sottrae al divenire la materia cristallizzandola nell’istante pittorico. La tela quindi diviene non solo espressione di una rinuncia assoluta, ma anche di una assoluta resa. Ci si può solo arrendere dinanzi ad un divenire che sfugge senza lasciare scampo. Guai a pensare che il limite sia insito nel mezzo pittorico! Il limite è insito in una fessura ben più profonda, in una spelonca che mantiene poderosi tratti di oscurità ovvero nella capacità stessa di vedere dell’uomo.

L’opera di Giovanni Ricciardi si configura quindi come un potente esercizio volto a disvelare la sproporzione tra la rappresentazione umana e l’oggetto rappresentato. Intima derisione dell’umano incapace oramai di accettare un contatto diretto con la natura, colori densissimi offuscano una raffigurazione che solo ingenuamente può essere pensata come limpida.

Ricciardi ci propone il racconto di sbavature, dettagli inediti, spesso anche oscuri, che non possono essere rappresentati in nessun portolano, che non si riescono ad imbrigliare attraverso alcuna categoria, ma che appartengono certamente al vivo mondo della vita.

Umberto Tesoro

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