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L’opera d’arte è sempre una confessione, lontana da tutti, verso tutti.

 

Foto inaugurazione della mostra home – spazio HUS Milano 2018

 

 

 

 

 

 

 

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Le opere non conoscono i nomi, i loro autori, sono autonome.

Vivono la loro storia le opere, i loro approdi, i loro naufragi.

Giovanni Ricciardi. Milano, 2018

Let life consume you

Lascia che la vita ti consumi, una vita d’arte, quell’arte completamente fusa alla vita.

Il personale incontro di ciascuno con il proprio quotidiano tanto somiglia all’incontro con l’opera d’arte, dinanzi ad un’opera lo spaesamento dell’inatteso vince, ma solo per poco. La nostra capacità/necessità di sopravvivere detta nuove leggi quando opportune e recupera vecchi significati come ultimo tentativo di ritrovarsi in un luogo sicuro.

 

 

Un nuovo luogo, una tela bianca. E’ tutto ciò che mi serve.

Milano, Giugno 2018

Photo credit: Nathalie Tufenkjian

Il corpo, la fissità e il sospeso dell’opera fino alla realtà virtuale.

E’ una presunzione tutta degli artisti quella di pensare di vivere spazi autonomi, diversi ed esclusivi, eppure tutti gli uomini vivono spazi e realtà talmente differenti da essere saldamente sovrapposti uno all’altro  in un’unica, densa realtà condivisa. Questa stratificazione della realtà su piani diversi o simili, sembra rendere oggi ricca la condivisione ma solo apparentemente.

Questi miei ultimi studi sulla realtà virtuale e le sue applicazioni legate all’arte, mi portano a meditare su considerazioni che annoto quotidianamente. Sono suggestioni che vengono da lontano, come un filo unico si avvolge la storia davanti agli occhi nel vedere realizzare il sogno di ogni artista, pittore, scultore, architetto; poter realmente camminare, muoversi all’interno di una propria opera.

E’ un filo lungo della storia quello che s’avvolge, di tutti i tentativi  di portare fuori dalla virtualità della propria mente la propria visionarietà. Dalla bidimensionalità delle raffigurazioni arcaiche, egizie, ai primi studi empirici giotteschi, passando per gli studi prospettici scientifici di Piero della Francesca, Paolo Uccello, Mantegna, Leonardo,  fino ai grandi Carracci immersi nei loro profondissimi cieli, alle camere ottiche di Canaletto e a tutti gli altri artisti che hanno avuto il coraggio di sfondare i limiti dell’opera fisica e aprire spazi immaginari mai percorsi precedentemente.

Potremmo fare decine di nomi ma al di là di tutte le rappresentazioni, mondi espressi come nelle avanguardie dei primi del novecento, pochi sono riusciti a muoversi nel quadro come fa Jackson Pollock negli anni cinquanta, lo fa come registrazione di sé più complessa, affermazione fisica della propria esistenza nel mondo.

In fondo è proprio questo il tentativo ultimo e costante di ogni artista, poter affermare la propria esistenza, passaggio nel mondo,  sconfiggere la morte nell’istante catturato per sempre dalla propria opera. Con Pollock arriva solo uno dei tanti momenti della storia dell’arte in cui ha inizio un’altra virtualità spaziale dove sperimentare una nuova immanenza tutta fisica. Non è più uno spazio illusorio su un campo bidimensionale né quello avanzatissimo aperto sull’ignoto, sul vuoto spaziale di Fontana,  su di un concetto,  Pollock riesce a trovare una registrazione dei movimenti che la pittura concede alla storia cadendo sulla tela posta sul pavimento. Ancora una volta un artista reinventa la pittura.

Successivamente gli artisti hanno lasciato che l’arte prendesse una strada sempre più autoreferenziale, quasi autonoma, come se essi stessi si mettessero da parte per sempre ad assistere al miracolo autonomo della creatività, come se non appartenesse più a loro, come se l’arte avesse veramente un corpo ed un’entità sacra isolata dagli uomini. Per questo probabilmente sempre più lontana dalla nostra comprensione?

Un’arte solo da fruire, da vivere come esperienza. Non c’è più nulla da capire, nulla da esprimere, comunicare.

L’idea di un’opera che rappresenti solo se stessa oggi inizia a cedere sempre di più sotto il suo stesso vuoto. Certamente dal postmoderno in poi, stratificazioni di forme e oggetti più o meno ready made non hanno più imitato il mondo da noi conosciuto, ma l’hanno assorbito, fagocitato fino ad annullarlo completamente, creato un nuovo mondo in una virtualità a noi sconosciuta fatta di forme, accostamenti, stratificazioni bizzarre a volte goffe e ridicole. La difficoltà maggiore di comprendere l’arte di fine secolo scorso fino a quella contemporanea è quella di vedere opere che non dialogano più con la nostra realtàbensì sembrano scarti, refusi di una creatività oramai che non trova più interlocutori e neppure terreno ove farsi eterna. Non è un caso allora che le parole più usate dai curatori nell’arte contemporanea riferite alle opere sono “dialoga bene con il luogo“, è “creato per il luogo“, “lavori site specific“. L’attenzione sembra non essere più legata al soggetto dell’opera ma proprio al luogo, realizzare opere che si integrino con il territorio/spazio espositivo, di poter affermarsi nella nostra realtà, come ente autonomo e in autoriflessione. Ma in quale realtà? Di chi? visto che i fruitori non hanno più un ruolo che non sia quello voyeuristico, visitatori e collezionisti di esperienze.

Ma soprattutto quali sono i durissimi compromessi tecnici e fisici che sono imprescindibili alla libertà cui si riferiscono le opere d’arte degli ultimi 20/30 anni? Proprio questo limite ultimo ha fatto si che l’arte sia cambiata di secolo in secolo verso nuovi spazi realtà rappresentative più efficaci.

gr

Kairòs… il tempo di mezzo.
La fisicitá ha tempi piú lunghi rispetto a quelli della mente. Il tempo mentale è più veloce e chiaramente “immateriale” rispetto al movimento fisico, che viene invece registrato dal cervello come un evento preciso nel tempo e nello spazio.
Il tempo del pensiero non ha misurazione. Eppure, anche se nella realtà virtuale il movimento viene registrato dalla mente come unità definita dal tempo, la velocità di realizzazione sembra avvicinarsi a quella del pensiero.

 

 

 

 

 

Non ricordo da quando, riconosco gli artisti guardando una singola pennellata, tono, struttura, tumulto. Da sempre infallibile, pronuncio il nome dell’autore istantaneamente. Questo è ciò di cui mi occupo, poesia.
Eppure, chissà quanti riconoscono i musicisti in un passaggio di poche note e pause. Così come sarà penso, per tutti quelli che nel lavoro degli uomini scoprono un’essenza irripetibile.
GR

L’opera è fatta dalla distanza, è la messa in scena della distanza tra chi opera e l’atto che la rende visibile. E’ il metro di misura dei desideri dell’uomo. La distanza, l’inclinazione, la direzione, l’intonazione degli strumenti fanno si che l’opera sia unica e irripetibile. Cambiando questi parametri mutano i rapporti col mondo, muta la propria presenza al mondo. L’opera cambia quando cambiano le posizioni e le posizioni oggi sono infinitamente fragili, liquide. Questo vagare, muoversi continuamente è il peregrinare del poeta finito che si smaterializza costantemente e si ricompone mille e mille volte.

L’integrità come può esistere oggi, l’unità come può confermarsi in questo continuo mutare e annullare se stessi. Cosa rimane, qual’è la costante al mondo che possa confermare la propria distanza tra sé e il grande oggetto del mistero. Il desiderio. Eppure, è proprio la distanza tra sé e quel punto anelato a fare la differenza. Il grande mistero della propria esistenza sta nella distanza e nell’illusione di poter raggiungere un’unità perduta, stabile. Mimata per lo più dietro gli alibi della coscienza. L’aver fatto qualcosa anche oggi, ora, di compiuto, essersi avvicinati quanto più possibile al proprio mistero. Ancora una volta, al desiderio. E allora lo scarto, la zuffa con l’inutile, apparente tempo perduto, si aggroviglia su se stesso, si ispessisce come un muro davanti i propri occhi, s’ammanta di ciò che deve essere a tutti i costi nascondendo il desiderio, allontanandolo. E’ la distanza con i propri desideri che si perde. L’unica, pericolosa perdita che può bloccare, invalidare ogni gesto nella propria esistenza.

Il senso dell’inganno è la perdita.

Il più grande inganno indotto ai giorni nostri è la perdita di se stessi, di un’integrità che non può essere smaterializzata, bensì, nelle distanze colpita, allontanata, cambiandole costantemente posizione. E’ lo sfratto coatto con sequestro del proprio bene l’illusione più grande, come se ci fosse qualcosa da sottrarre che non sia la distanza tra sé ed i propri desideri.

Eppure nella vita dei corpi non c’è nulla. Nella vita della mente abita il tutto.

Non può esserci reclusione delitto più grande dell’attentare ai desideri di un uomo. Lì, colpire sulla distanza tra l’uomo e i suoi desideri, allontanandolo, fracassandogli la testa contro, la violenza più grande. Questo, è di quanto peggio poteva accadere alla vita di un uomo. Questo, è quanto spesso provochiamo a noi stessi, vittime e carnefici allo stesso tempo.

g.r. luglio, 2015

Desiderio – 120×100 cm, olio su tela, 2015
dove sei – 120×100 cm, oil on canvas, 2013

Quando afferra o solo sfiora una verità, esce da questa misera vita e tocca l’eternità, io lì riconosco un artista, quando la mostra al mondo, gliela regala all’improvviso. E’ un’intuizione, un rimando di qualcosa che appartiene agli uomini, in dialogo con tutto il mistero della bellezza.  g.r.

Desiderio (particolare) 120x100cm, olio su tela 2015.

Here I am – 20x20x15cm terracotta patinata , frammenti di vetro, 2015

 

More photos: giovanniricciardi.com/sculptures

Quando si ha a che fare con la poetica tutto si fa inevitabilmente serio.
Non mi riferisco a quella serietà che incupisce, crea soggezione, la serietà della poetica sta nella struttura, nella complessità di un linguaggio che non può mai essere improvvisato.

La verifica costante delle possibilità tecniche nel mio studio continuo, credo abbia permesso una certa struttura espressiva, e successivamente, ha posto davanti quella meravigliosa possibilità che è lo scarto. Lo scarto del saper fare rispetto all’aver da dire. Questa è la libertà più grande che hanno gli artisti.

Nell’arte allora mi sono mosso sempre in questa direzione, assorbendo, scartando, scardinando, sottraendo la conoscenza come archetipo immobile e affilando le armi espressive riedificando continuamente nuovi sensi, come per una naturale respirazione del fare.

Mi piace poi pensare alla poetica come all’eccezione di una regola che crea costantemente continui modi di sentire e guardare al mondo, questa possibilità in fondo è prerogativa di tutte le manifestazioni creative. Gli artisti non indicano altre cose che non siano quelle già esistenti nell’animo di tutti, ma lo fanno da punti di vista imprevedibili, si spostano continuamente. Le opere sono l’unica testimonianza, registrazioni  tangibili di questi spostamenti continui. Perdere questo dinamismo, questa fluidità, sarebbe perdere la libertà più grande dell’arte.

Eppure, proprio il mercato che dovrebbe essere luogo propositivo di tutta questa libertà e complessità, rimane lontano da ciò che alimenta l’arte, tornando alla monotonia e congelando la questione. Il mercato dell’arte ha bisogno di un prodotto riconoscibile, ripetibile, classificabile, lo richiede con queste prerogative a tutti i costi. Scambia illusoriamente la poetica con una ripetizione nauseante che da anni distrugge la libertà degli artisti e soprattutto quella dei più giovani. Il mercato dell’arte è altro, perché prima di tutto è bugia momentanea tesa ad uno scopo, e la poetica autentica la quale non ha altro scopo che comunicare al mondo la sua libertà, nella bugia della mercificazione svilisce, muore.

Casa in costruzione
Early morning. Oil on canvas, 60x80cm, 2015
f_great matrix

Great matrix. Olio su tela 60x50cm, 2006.

Dove si annidano i sogni, lì al sicuro mi muovo. Dietro la fragilità di un corpo che è sfoglia, cortina, passaggio perpetuo tra pieno e vuoto.

Paintings archive: //giovanniricciardi2.tumblr.com/

Giovanni Ricciardi In archivio altri 100 disegni 1990/2000

Drawings archive: http://giovanniricciardi.tumblr.com/

 

Breeze -60×80 cm, oil on canvas, 2012

 

 

Nel gioco divenuto guerra
gli scogli su cui correvamo ferendoci i piedi
non ricordano eroi né vincitori
[parlano d’ombre]

 

Quando Duchamp ha rifiutato la cosiddetta pittura “retinica”, non ha mica rifiutato l’incanto del mondo. Non si possono evitare i baci degli occhi accontentandosi di quelli traditori della ragione. Tanto è che la bellezza, come verità, rispunta sempre in altre forme e quando meno te l’aspetti. Sono sempre più convinto che il nichilismo non appartenga agli artisti e la natura non tradisca.

GR

 

Lì dove ho pianto – Giovanni Ricciardi,  2013

 

Atlante delle Nubi

Errore tutto umano è quello di scambiare costantemente la propria capacità rappresentativa con l’oggetto rappresentato. Equivoco di fondo che anima i saperi, favola bella con finalità estremamente rassicuranti.
La cartografia navale assolveva esattamente questa funzione, provare a tracciare i confini delle terre emerse, le secche e tutti i pericoli connessi con il contatto con l’ignoto.
Via via si sono perfezionate le mappe, sono stati aggiunti nuovi dettagli, i naviganti hanno avuto la possibilità di affrontare viaggi verso terre lontane avendo a disposizione elementi nuovi, raccolti da altri naviganti che a forza di naufragi hanno potuto perfezionare le coordinate di navigazione.
Eppure i naufragi non sono finiti, secche inaspettate, spuntoni di roccia in mezzo al mare hanno continuato a far affondare le navi in tutte le epoche.
L’equivoco è stato quello di scambiare mappa con il luogo, non tenendo conto del fatto che la conoscenza umana per quanto possa essere affinata non riuscirà mai a restituire l’interezza del luogo con tutte le sue sfumature.

Da questa riflessione parte la raccolta di opere Atlante delle nubi, titolo che ci ricorda come sia impossibile mappare i nembi temporaleschi, sempre in fuga e sempre con forme diversissime e cangianti.
Come può l’uomo pretendere di fare chiarezza? Sebbene gli strumenti tecnologici siano sempre più precisi e garantiscano maggiore affidabilità, spesso la pioggia arriva inaspettata, nubi minacciose scappano via verso altri luoghi. La rappresentazione di ciò che è mutevole sarà sempre solo parziale ed approssimativa, istantanea che sottrae al divenire la materia cristallizzandola nell’istante pittorico. La tela quindi diviene non solo espressione di una rinuncia assoluta, ma anche di una assoluta resa. Ci si può solo arrendere dinanzi ad un divenire che sfugge senza lasciare scampo. Guai a pensare che il limite sia insito nel mezzo pittorico! Il limite è insito in una fessura ben più profonda, in una spelonca che mantiene poderosi tratti di oscurità ovvero nella capacità stessa di vedere dell’uomo.

L’opera di Giovanni Ricciardi si configura quindi come un potente esercizio volto a disvelare la sproporzione tra la rappresentazione umana e l’oggetto rappresentato. Intima derisione dell’umano incapace oramai di accettare un contatto diretto con la natura, colori densissimi offuscano una raffigurazione che solo ingenuamente può essere pensata come limpida.

Ricciardi ci propone il racconto di sbavature, dettagli inediti, spesso anche oscuri, che non possono essere rappresentati in nessun portolano, che non si riescono ad imbrigliare attraverso alcuna categoria, ma che appartengono certamente al vivo mondo della vita.

Umberto Tesoro

fotografia Bagdad 2002 scattata da Giovanni Ricciardi

Sogni iracheni
100 foto dal cuore del vecchio Iraq
Photo by Giovanni Ricciardi

Baghdad, May 2002

Questa raccolta di foto non è solo il frutto di un viaggio, era maggio 2002 e vivere l’Iraq in quei giorni, respirare l’atmosfera prossima alla guerra è stato molto di più. Vedere Baghdad pochissimi mesi prima dell’attacco contro il regime di Saddam Hussein è stato come vedere l’apice di qualcosa che non poteva piú essere sopportato dall’umanità intera. Allo stesso modo è condannabile l’ulteriore strazio arrecato al popolo iracheno con una guerra voluta dalla coalizione americana durata nove interminabili anni. La guerra è guerra.

vai al sito: Iraqi dreams

La bellezza è un apice, il punto più alto di una vetta sopra un vuoto dove costantemente collassa. Respirazione dell’universo, la bellezza  non rimane mai stabile, non è che un ciclo continuo, naturale, fin quando s’alterna una frenesia inevitabile agli uomini, la volgarità che ad essa si  contrappone. Quella si che è invenzione degli uomini, la corrode subito, la sotterra.

 

“Nuovo qui non è il fatto che esistano cose di cui non possiamo formare un’immagine – «cose» del genere si sono sempre conosciute, fra le quali per esempio, l’«anima», ma che le cose materiali che vediamo e rappresentiamo, e sulle quali avevamo misurato le cose immateriali non traducibili in immagini debbano a loro volta essere «inimmaginabili». Con la scomparsa del mondo sensibilmente dato, scompare anche il mondo trascendente, e con esso la possibilità di trascendere il mondo materiale in concetti e pensieri. Non è quindi sorprendente che il nuovo universo sia non solo «praticamente inaccessibile» ma «nemmeno pensabile».” H.Arendt

Questi appunti di Hannah Arendt ritrovati nel testo di Claudine Haroche del libro “Farsi vedere” (ed. Giunti 2011), ben chiariscono la direzione dei miei lavori confluiti nella mostra Zeitgeist del 2010. L’ingiunzione alla visibilità continua di cui siamo tutti vittime e carnefici allo stesso tempo, apre le mie opere del 2010. La smaterializzazione di un immaginario possibile nei miei paesaggi, figure fatte veline, cortine su una realtà sempre più vuota di contenuti è proprio l’avvenuta caduta di ogni desiderio. Le parole della Arendt sono chiare, ma decadono quando l’arte adopera in base alla propria “ontogenesi” una leva proprio su tutto questo, spinge venti, scardina porte apparentemente inaccessibili per soglie impraticabili. L’incomunicabilità tra le genti paradossalmente proprio nell’era basata sulla “comunicazione”, è oggi sempre più evidente quando si adopera lo scambio come fine e non quale mezzo di una tutt’altra sostanza, di tutt’altri mondi desiderati. L’arte rimane la rappresentazione tangibile del desiderio in assoluto, il desiderio la sua principale linfa vitale.Qui il problema si fa serio non tanto per la legittimità dei desideri, ma per l’ostinazione che ne trascura l’impraticabilità e l’inattuabilità nel proprio quotidiano, ma é proprio qui che l’arte agisce con le sue urgenze.

Archivio opere

Tesoro sono io, non mi riconosci?

 

Il progetto coliche serali ha un grande merito antropo-sociologico, quello di sottolineare se non rilevare, quanto oggi più che in altra epoca appaia sempre più grottesca e svelata quella finzione, mascheratura che l’essere umano, quale attore sociale adotta e ha sempre adottato nel suo quotidiano. Ecco che una colica appare quale pensiero ultimo, meta, cul-de-sac, situazione inestricabile raggiunta in momenti scanditi da chi non riesce più a non ammettere che la motivazione emozionale e sociale non porta da nessun’altra parte che non sia quel recondito e inaccettabile desiderio di mimare i propri desideri, al di là di ogni propria leggittima attuazione e tangibile sostanza. Non rimane più nessun sillogismo verificabile delle azioni se non un unico immenso luogo condiviso dove tutto è possibile e praticabile. Questa strada intrapresa la dobbiamo molto probabilmente alla leva che i social network hanno attuato definitivamente sul nostro immaginario.

L’idea romantica che un sentimento porti in sé almeno la volontà di un appagamento delle proprie necessità, sempre illusorie invece psicanaliticamente parlando, non è più applicabile ai giorni nostri, anni in cui il disvelamento in atto di ogni finzione diventa plateale. Dobbiamo forse tralasciare ogni idea di io e dei suoi limiti invalicabili, per riapprodare ad un soggetto fuori da sé e umanisticamente parlando reinterpretativo di un delirio sociale?
La realtà si palesa sempre più spesso quale delirio in actum, dopo la fine di ogni professionalità e il trionfo del fai-da-te degli anni 80, dopo l’illusione di una società fluida dei 90 probabilmente, assistiamo oggi ad una ripresa corposa di quella dionisiaca tragedia mundi hic et nunc che agisce sempre più nelle nostre molteplici realtà contemporanee dove tutto è veramente possibile e soprattutto lecito, ma non per questo, meno rappresentativo del lato più ridicolo dell’essere umano e dove l’imperativo oramai è: sopravvivere a se stessi a qualsiasi costo.

Un ringraziamento speciale agli ideatori di coliche serali, Palommo VII e U.Spencer.

Visita il sito: colicheserali.tumblr.com/

Nel 2015 Coliche serali continua su instagram.com/colicheserali/

 

Chi disse navigar disse naufragio, ordunque l’intendersi del tempo è comandante.

Cyclic love,  2001 ~ Click here for view the entire paintings archive 

Le opere d’arte contemporanea sembra procurino un certo appetito piuttosto che saziarlo. E’ una vasta ed eterogenea induzione di desideri, un innesto di pluri necessitá espresse attraverso i sensi di finte improvvisazioni, dall’imprevisto e da forzate enigmaticitá. La maggior parte delle opere oggi prodotte in ogni altro periodo della storia sarebbe rimasto schizzo, bozza, appunto per un’opera definitiva a venire, come chiarificazione di un archetipo che attualmente invece non viene mai realizzato. Ne viene un senso di instabilitá, impermanenza e precarietá emotiva. Tutto questo assolutamente in simbiosi con i tempi da noi vissuti.

Ad un certo artificio della tecnica degli ultimi decenni, le opere a noi contemporanee, per lo piú pittoriche sembra vengano realizzate in pochi minuti, certamente minuti che catalizzano tensioni sedimentate in un tempo altro. C’é stata un’ulteriore frammentazione dell’operato e del tempo in breve, che va a completarsi con quel piú ampio eterogeneo sparpagliamento di produttori in ogni dove. Migliaia di artisti che si dica, migliaia di appunti, soluzioni, eppure c’é sempre meno da contemplare. Fine della contemplazione, fine degli sguardi d’amore d’altra parte, che non siano mercanteggiati come per un’economia dei sentimenti, fine degli incantamenti. Le nostre opere o la grande maggioranza di queste, riescono ancora a caricarsi di quel senso profondo che l’arte ha sempre prodotto nei secoli, la rappresentazione del proprio tempo. É questo il tempo dell’appunto, del momentaneo, dell’istantaneo, e impermanente si fa la pennellata, tremante o sicura, per un’opera che nasce e cade costantemente sui nostri desideri inappagabili.

Ritratto di Umberto Tesoro Milano
Intramoenia – 120×100 cm, oil on canvas, 2012

Bagna queste aride labbra

Decanta a piccole gocce il tuo delicato segreto
Qui, altrove una volta ancora

Ad una ad una allevia queste pupille
Turgide per ciò che hanno potuto vedere
Che dal cammino finito in ginocchio ora risognano ancora

Né pace, né luce le mie orecchie si aspettano
_________________________________[Ricorda]
Hanno già ascoltato i canti di mille passeri a corda, a manovella
Carillon tra le finte sveglie delle rondini di primavera

Troppe mani hanno lasciato questo prato incolto
Sfiorato i sentieri che portano all’infinita attesa
Traccia anche tu questa pelle tesa

Tu questo hai delle rondini, menzogne leggere
_________________________________[Ripensaci]
Qui a me hai annunciato la prossima estate
A bilanciare l’oscurità della notte nel suo puntuale ritorno.

g.r.

Opera su tela
Mais um amor – oil on canvas 2008 Giovanni Ricciardi

 

Click here for Complete Archive: //giovanniricciardi.tumblr.com/

 

…Ho sempre guardato la natura e il suo silenzio con cui seduce chiunque ad esso sia legato. Si, perché la seduzione massima è il silenzio e la natura insegna ad essere con il suo silenzio. Noi, legati al respiro degli altri inevitabilmente, respiro fatto parola e da inutili sofismi, mentre il silenzio della natura brucia il passo, ci distanzia e annulla, semplicemente “essendo”. […]

“Sulla povertà e la ricchezza dell’uomo: Inno all’ingenuità.” Milano, 2003 g.r.

Drawing 1991, Napoli High school  (arch. 00248)

Complete Archivie: //giovanniricciardi.tumblr.com/

When the conflict between imposed imaginary and not yet atrofized senses takes place, in precence of the last reactive forces, still able to find a tension snap towards valutation, for a sudden spasm of non-consens. When in front of the apparent false molteplicity of choises, it does no more exist the hope of the dream that, addicted, sounds as frustation in us all, in the same way, in an atrophic way, the purest feelings lie, in the dark of incontaminated mnemonic lofts.
From a gnoseologic point of view we are not in a different moment of the rest the human history, it remains “everyting new” for the one who makes of the senses an inviolate instrument, so everything is “again” facing the earth, the cicle of a time that decides its senses and its multiple icons that have been transformed by everybody in common fetishes. Well, for an imposed life, it could be sufficient a moment to find oneself. One single moment to find again oneself’s geocentric axe, that authentic relation towards things, that relation that is free of every will imposed everyday, that deceives the senses.
For this pale impulse, for this single range in a lost or submerged thought, that man follows as a funambolist in our time.
Today, the immobile stall of the daily ideas is in a perfect balance as the impossibility of project a dream without any interference, killed on the boring, expecially because the dreams are contaminated. It is in a stable balance the corrupted dream between what we call boredome and what make our soul sleeping, if the boredome represents the pause and not the emptyness. It is the pause of the impossibility of reflect oneself in an authentic way on reality.
I am against every kind of a pre-done quotidianity, against every submission of the dream, against a quotidianity full of the common mass media visive and psycological terrorism.
So, there is a balance to defend, a new balance, to be able to have a new code for all the things that have been adulterated from man: his dreams, his freedom to project them in a genuine way.

Giovanni Ricciardi
“Everything in the new/Everything a new” Napoli, 2003

(arch. n.00242)

Vai all’Archivio completo on-line, disegni 1990-94 : //giovanniricciardi.tumblr.com/

Al Consiglio d’Istituto del
Liceo Artistico di Aversa

All’attenzione del prof. Raffaele Bonifacio Gambardella,

Troppo spesso i sordidi intellettualismi di cui si soggiogano le parti della cultura istituzionalizzata, sono tristemente più percepiti da chi percorre strade “underground”, sotterranee, eppure troppo vivide e riconosciute per essere trascurate. E’ anche vero, stranamente, che i cerebralismi più fervidi rifiutano un certo tipo di riconoscimento, ponendosi quasi sempre “contro”.

I meravigliosi percorsi culturali di chi, come LuigiLuca Castellano, sfrecciano verso direzioni mai “prevedibili” e non meno “comprensibili”, ci appaiono più praticabili solo a lungo andare, divenendo accessibili quando si ha il tempo di riflettere oppure quando è il tempo a dare le appropriate ragioni.

Ho avuto il piacere di conoscere Luca in età molto giovane, rimanevo ad ascoltare e osservare. Seguivo i suoi discorsi a stento, dopotutto, molti riuscivano ad interloquire con lui difficilmente. Più che altro ammiravo quel flusso creativo sempre a metà strada tra l’etica più alta e il divertimento linguistico più bischero ma mai prosaico. Era già palese ai miei giovani occhi la sua arma della rinuncia verso tutto ciò che doveva essere riconosciuto e istituzionalizzato; questo garantisce sempre un’autenticità intellettuale. Era un ricercatore infaticabile di spazi mentali e fisici, ove finalmente poter liberare le sue intuizioni continue, ma sopra ogni cosa, era uomo di cultura che riusciva ad essere libero da ogni sapere. Questo gli permetteva di provare spesso l’incanto. Ricordo il suo sguardo attento a labbra schiuse mentre mio padre, lo scultore Mario Ricciardi, rivestiva lo spazio di un’immagine, lui ascoltava e proseguiva, si inseriva nei discorsi con il fare di un musicista, ma all’apice dei discorsi più difficili e filosofici, seguiva sempre una sdrammatizzante ironia.

Così ho vissuto la sua dolorosa dipartita a Napoli. Ho assistito allo stallo che riportavano gli occhi di TUTTI gli artisti napoletani per la sua scomparsa.

Viene sempre il momento in cui rileggere “un libro riposto” perchè troppo complesso e afferrabile solo nel tempo. Per tanti quel momento è avviato già da tempo da chi con impegno a lui si dedica, in più, l’idea di battezzare il liceo artistico di Aversa sotto il nome di Luigi CatellanoLuca potrà mantenere stretto “il suo libro” tutto da leggere, iniziando di certo dalla prima pagina.

Milano, 23/7/2003

Giovanni Ricciardi

A questa lettera di otto anni fa, colgo l’occasione per aggiungere un saluto al compianto Raffaele Gambardella venuto a mancare recentemente e che tanto si è impegnato nell’illuminare la strada di Luca, uno dei più grandi intellettuali e agitatori della cultura del sud, riconosciuto e amico dei più grandi intellettuali del 900. A tutt’oggi, il liceo artistico di Aversa si chiama: “Luca Giordano” con il motto: “La civiltà di un popolo dipende dalla Cultura dei Giovani.” 

Sicuramente, ma sarebbe meglio dire: “La civiltà di un popolo dipende dalla capacità di riconoscersi…”

Giovanni Ricciardi, 24 Settembre 2011.

Patafisica | Napoli | portici | intellettuali napoletani | dimenticati | giovanni ricciardi | LucaLuigi Castellano |

[pdf-embedder url=”//www.giovanniricciardi.com/wp-content/uploads/2018/05/Zeitgeist.pdf”]

Often send work halfway around the world can be difficult and expensive. If you’re interested in buying some works, the Saatchi Gallery in London manages the sale of works of  artists around the world. The service is safe and guaranteed by a really good organization. I have included some work.

If you are not familiar with Saatchi Gallery, it’s a London gallery for contemporary art started by Charles Saatchi to showcase his personal art collection, but has since become one of the most important galleries in the world.

works on saatchi online.


Credo che Lucian Freud abbia confermato al mondo la pittura quale strumento che più si avvicina alla fluidità della vita, fluidità della luce, dei gesti, delle emozioni, della materia che rotola su se stessa in divenire. E con la determinazione della natura stessa, con il coraggio che solo un artista può avere, ha mosso controllando tutta la vita le sue dita su di una superficie liquida che sfugge, come le ha tuffate con forza nella sua verità esistenziale per mai risalire.

dipingerà ancora.

giovanni ricciardi

Lucian Freud | died | morto | pittore | artista | Fluidità | pittura | giovanni ricciardi | Francis Bacon |

L’Arte è un ANIMALE MERAVIGLIOSO,

piumato, volatile, e così tanto inafferrabile

quanto pieno di

PARASSITI e ZECCHE.

Sulla povertà e la ricchezza dell’uomo:
Inno all’ingenuità.

I parte:

(Non si intenda leggendo queste righe l’intenzione di rinnegare la ragione, quanto è proprio alla ragione che si devono le idee e le capacità di raggiungere il nuovo.)

Non è il povero colui che non ha in possesso le cose, ma chi è ricco e delle cose ne fa uno strumento di superiorità. Il povero non conosce il possesso e vive tra le nubi, sotto coperte di vento e pareti di sogni. Il ricco non conosce il sogno ma lo insegue alla fine dei suoi incubi con la paura di perdere ciò che stringe tra le mani. Eppure, non è questo il mio intento, e cioè di stabilire le due posizioni materiali, quanto quello di descrivere della ricchezza e la povertà dei sogni.

Al risveglio sembra uguale, il placido sbadiglio dei due soggetti che viaggiano nello stesso tempo inseguendo così distanti i venti che fanno la differenza.

Non è facile riconoscere colui che porta in se e con se la sua libertà, avvolta al collo come il dono più prezioso della vita. La povertà dell’uomo è la sua incapacità di riconoscere la sua leggerezza, il suo volo tra le emozioni più pure, in assenza di contaminazioni incontrollate. Ma non è sua la colpa se nel cammino gli sono state negate le radici, e al tempo stesso le ali, di un tempo in cui amava viaggiare di fantasia e giocare con il proprio corpo. La coscienza di un uomo lo fortifica illusoriamente, fallace immagine di una maturità che lo blocca e lo rinnega.
Il vero stato di grazia sta nel tenere salda la propria ingenuità, nel quotidiano. La cosa più dura da recuperare nella vita è l’ingenuità perduta. E qui vi dico, in tempo di recupero che non è comune a tutti vivere nel sogno ripercorrendo il proprio passato. Ci si rende conto per la schiavitù del corpo che è innaturale il sogno, la crescita è evoluzione del corpo e involuzione del sogno. Quanto più ci si riempie di realtà più ci si svuota di sogni. Il sogno èun dato mentale, alimento e carburante continuo alla vita. Il sogno è l’ingenuità del corpo che si immola nella cavità del reale. L’uomo senza sogni è l’essere più povero in assoluto, perché alla realtà si lega totalmente e non ha nulla in più per rivestirla/colmarla.
La realtà diventa realtà uguale per tutti. Ma non per l’uomo con i propri sogni stretti tra le mani, lui no, quest’uomo muta l’esistenza nell’irripetibile combinazione della propria fantasia, euforia che lo avvolge e coinvolge il suo astante. Lo purifica e lo innalza perché padrone della realtà, perché piccolo creatore di un nuovo cosmo nel cosmo. L’uomo con la propria ingenuità stretta tra i denti innalza gli eventi e guarda con l’occhio sempre vergine di chi non ha paura e al mondo si dona costantemente.

La paura parte dalla conoscenza del dolore, si afferma troppo spesso il contrario e cioè che la paura sia frutto dell’incoscienza. Fare dei propri sensi uno strumento inviolato è garantire a se stessi la propria ingenuità fino alla fine di un’emozione. Questa è la persona più ricca al mondo. Questo, è l’uomo capace di ricevere la vera risposta dal vento creatore che non sfugge al suo corpo ma lo avvolge e lo innalza con il suo alito di vita.

Quanto dura l’ingenuità di un uomo e quante sono le ali che gli sono strappate di botto senza preavviso in un unico respiro? Ho sempre guardato la natura e il suo silenzio con cui seduce chiunque ad esso sia legata. Si, perché la seduzione massima è il silenzio e la natura insegna ad essere con il suo silenzio. Noi, legati al respiro degli altri inevitabilmente, respiro fatto parola e da inutili sofismi, mentre il silenzio della natura ci brucia il passo e ci distanzia dalla natura prima semplicemente “essendo”.

Non ci sono mai state abbastanza parole per descrivere il fuoco magico che dentro si muove, fuoco di vita che a tutto e in tutto si riversa. Così è necessario “sentire” e non “ascoltare” sentire con il cuore per quanto ancora ne resti oggi dentro uomini fatti di impulsi portati a livelli di domanda e risposta. L’elaborazione dell’emozione non ha il tempo di svilupparsi e qui si rimane al punto in cui la risposta diventa incudine e martello. Sul piano della comunicazione verbale ci si muove come su di un banco del fabbro, a schiacciare parole sotto il fuoco delle necessità individuali che così le immolano.
Le azioni sono la vera comunicazione, il fare e non il dire, illusione umana di concettualizzare l’istinto. Si, come gli animali, che con uno sguardo e un segnale rimandano alla propria verità.

g.r.

Supermarket 2010 oil on canvas 60x80cm

Zeitgeist – Lo spirito del tempo

 “Bit in inglese sta come morso, stato morso,  ed è per me una traccia che allude ad un passaggio che è avvenuto o è ancora in atto. E’ una metafora di un atteggiamento connaturato all’essere umano, la ricerca continua di una verità che egli pensa gli sfugga e si celi dietro o dentro le cose. Queste porzioni, volti, nature, brandelli rimasti o squarciati con forza, sono la traccia lasciata dalla necessità e speranza di andare oltre le apparenze in una spasmodica quanto inefficace ricerca. Sottrazioni, come una sorta di azione istintiva e metodica e che non portano ad altro che a ritrovarsi a mani nude in uno spazio vuoto. Si sfrondano così continue apparenze  a scoprire il vuoto di cui sono fatte le cose.  Sono apparizioni istantanee, che si dichiarano e auto-palesano per quelle che sono, sospese e in attesa di essere riempite fisicamente e mentalmente, di un sogno, dell’ultima proiezione ad opera della mente umana.[…]” Giovanni Ricciardi

C’è da portare avanti un equilibrio, per poter ricodificare tutto quello che è stato reso inpalpabile dell’arte. Inevitabilmente abbiamo avuto nell’ultimo millennio una frantumazione del codificato, un’azione disintegrante del significato per l’edificazione di poetiche allusive e portatrici del tutto universale. C’è bisogno di rimettere insieme i pezzi sparsi per poterli ricodificare e ripensare, una chiarezza per poter essere ripensata. Per un equilibrio che non sia soltanto del supporto, come impostazione scenica di nesso logico-visivo, è l’equilibrio tra ciò che c’è dietro o dentro un’opera e ciò che c’è fuori ad essa ad essere prioritaria, l’equilibrio tra ciò che gli appartiene a ciò che l’attende e l’interroga. Dove l’opera si fa cardine tra dimensioni in completa armonia.
Il campo in cui operare, gli spazi sono stati percorsi fino al loro svuotamento di nesso logico, fino al loro più impercettibile segreto. Restano le attese non di risposte ma di domande da parte di tutto ciò che non appartiene al mezzo nella sua forma. Chi può prescindere da un campo dove operare in completa fusione oltre che dei mezzi anche da venti lontani? Il campo pittorico prende corpo nella dimensione in cui il suo vuoto bilancia il pieno di fruizione estesa nell’infinito dei media. Il suo pieno non ha funzione nel momento in cui non è in perfetto equilibrio comunicativo con il fruitore. E’ un’interlocuizone attiva, domande e risposte di peso controbilanciato costantemente. Anche lo squilibrio apparente di un tramonto porta con se il contropeso di un universo buio. Così come dove arriva la luce è possibile rintracciare il cosmo a piena forma rivelata in perfetto equilibrio cosmico. L’arte può portare in se il tutto, rispondere a tutto, parlare al tutto di tutto, come rete invisibile su cui inciampare e rimanere imbrigliati nelle risposte. Ecco che il nuovo è di chi ha avuto risposte alle sue domande e il di nuovo, di chi riceve le stesse risposte.
E’ necessario raggiungere un punto distante da se per comunicare, poco distante da se per rimanere in possibilità di rilancio, allo stesso modo l’opera deve parlare fuori dal suo corpo, non su se stessa, può rimandare altrove per ripensare nei luoghi di origine la sua deposizione il suo tramite interlocutore. I messaggi plasmati sul corpo dell’opera rimangono in autoriflessione, il corpo del significante rimandato altrove rimane sempre attivo. E’ fuori l’opera che si comunica non su di essa, e al centro tra noi ed essa che avviene il punto di incontro, né su di essa né sui pensieri. E’ poco distante dall’opera l’azione primaria, la leva che porta il messaggio più acuto in fila gli infiniti restanti. L’opera può pensare tutto tranne che se stessa, l’opera d’arte è viva se porta il messaggio fuori da se stessa, e non al suo interno. La nostra comunicazione diventa tale se portata fuori da noi, pertanto se lasciata in sosta psichica rimane pensiero, rimurginazione, riflessione.
L’opera d’arte può essere riflessiva se non comunica nulla, se conserva in se la sua comunicazione, e le sue domande le cela. L’opera d’arte può pensare, può meditare sull’universo, e può in quel caso non comunicare ma guidarci alla sua emulazione, alla sua riflessione sull’estasi in atto. La comunicazione è fuori da essa. E’ nel punto d’incontro tra chi domanda ed essa che proietta altrove la sua risposta. Può essere scena aperta su di una realtà che usa l’artista come tramite, come mezzo per essere rivelata, un’ opera come risultato di una possibilità di rappresentazione nell’infinito molteplice rimane affascinante ma non comunicativa, l’opera che inendo non vive per se, non vuole essere spia, non vuole morire di mal di testa. L’opera che intendo vuole domandare, rispondere, odiare, amare, soffrire. L’opera vive nel momento in cui porta poco distante da se il suo messaggio, altrove, annullando il tempo, il suo, divenendo immortale.

Giovanni Ricciardi

Dell’inganno quotidiano dei sensi come miraggio imposto.

Quando prende corpo il conflitto tra immaginario subìto e sensi non ancora atrofizzati, alla presenza delle ultime forze reattive e ancora capaci di trovare uno scatto di tensione verso la valutazione, per un improvviso sussulto/spasimo di non consenso. Quando davanti all’apparente falsa molteplicità delle scelte, non assiste più la speranza del sogno che assuefatto rimbomba come frustrazione in ognuno di noi, così i sentimenti più incontaminati, che nel buio di soffitte mnemoniche atroficamente ancora risiedono.
Sul piano gnoseologico non siamo in un momento diverso dal resto della storia umana, rimane “tutto nuovo” per chi dei sensi ne fa uno strumento inviolato, pertanto tutto è “di nuovo” al cospetto della terra, alla ciclicità di un tempo che detta i suoi sensi e le sue icone multiple rese da tutti, feticci comuni. Ebbene, per una vita subìta basterebbe un attimo per ritrovarsi. Un solo istante per ritrovare il proprio asse geocentrico, quel rapporto autentico verso le cose che sia privo di ogni volontà imposta nel quotidiano, in inganno dei sensi. Per questo impulso sbiadito, per quest’unico diapason del pensiero perduto o sommerso che l’uomo prosegue funambolo ai giorni nostri.

Giovanni Ricciardi

Solo exhibition book (.pdf 75 ppgg.). Giovanni Ricciardi.  work 1995-2008

English-Italian texts

Foto inaugurazione della mostra di Gianni Perillo alla Galleia Derbylius

Milano 14.5.09

“Mi piace pensare di rilanciare e restituire  con le mie opere sempre di più l’inutile, poichè l’utile preferisco divorarlo nell’atto creativo, lì non rimangono che i miei resti, i miei avanzi. L’idea di  “opera compiuta”  è quindi per me sempre più insespressa – assente. L’artista rimanda ciò che rimane del suo pasto nonostante  i resti del desco si dice siano la parte migliore. La chiamano opera.”

Appunti per “bit” . Milano 2009 g.r.

Nelle prove già dipinte nel 1997 ho raggiunto una combinazione pittorica abbastanza soddisfacente le sfoglie pittoriche si sovrappongono lasciando fuoriuscire il corpo sottostante, mischiandosi lacerandosi, fondendosi.
Ora pongo la mia attenzione di studio ancora una volta sulla forma. Continuo costantemente ad osservare la sedimentazione murale della muffa affascinante per le continue trasformazioni e sovrapposizioni di temi sgretolati, fusi, contaminati. Nell’importanza che do al continuo passaggio del tempo su di un muro confido il mio prossimo sviluppo pittorico.
Nel contrasto opposto ma speculare delle immagini troviamo quello che manca, quello che completa.
La crescita è la ricerca verso “l’altro”, verso ciò che è lontano da noi e la messa in discussione del tutto è l’unica arma a disposizione. Un pensiero, un’azione che non medita su se stessa e su quello che non è, non cresce, non scarta, non evidenzia, sopravvive.
L’affermazione di se stessi avviene penso proprio nel contrastare le cose già esistenti, ma non voglio essere frainteso, contrastare non solo quando si può avere a disposizione un qualcosa di oggettivamente più forte. Credere. La verità non esiste , valgono solamente le ragioni. Le ragioni cambiano, ecco perché contraddico sempre quello che affronto quello che vedo soprattutto ciò che dipingo. L’unico mezzo a mia disposizione per fare questo è la pittura, crescere iniseme ad essa.
Dunque squarci aperti su nuovi tessuti pittorici, velature, accavallamenti. Quando ciò che è sommerso è reso visibile e ciò che non è sommerso invisibile.
Un progetto per un’opera che rappresenti il tutto universale è quell’opera che contrasta il tutto stesso.

Giovanni Ricciardi

 

 

//infraleve.blogspot.com/

bit

di Giovanni Ricciardi

Mostra virtuale su Second Life

con le opere digitalizzate della serie bit 2006

 

La mostra virtuale “bit” è visitabile su Second Life fino al

5 Settembre 2008

link diretto esposizione: //slurl.com/secondlife/soleil%20rouge/142/131/40/

Produzioni Klife©(per visitare la mostra è necessario essere iscritti o iscriversi qui gratuitamente a SL) 

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Sao Paulo – 26/7/2008

for INFRAleve Santiago del Chile

giovanni ricciardi Milano, Settembre 2007 for puzzle4peace

credits photo: http://www.puzzle4peace.com/

Io non sono -2005, olio e tubetti colorati su tela 100x120cm

“…sto verificando da anni il vuoto, tra l’assenza e il contrasto di me stesso al mondo”

Ho sempre guardato la natura e il suo silenzio con cui seduce chiunque ad esso sia legata. Si, perché la seduzione massima è il silenzio. La natura insegna ad ”essere” con il suo silenzio. Noi, legati al respiro degli altri inevitabilmente, respiro fatto parola e da inutili sofismi, mentre il silenzio della natura brucia il passo e ci distanzia semplicemente “essendo”

g.r.

“in questi ultimi decenni l’interesse pei digiunatori è molto diminuito..” da Un digiunatore, Kafka 1922

Praga 2008

the Islands  2007 matita su carta 100x70cm

i giovani artisti e l’arte come investimento

 “Non si può andare laddove si insegna per apprendere; per apprendere bisogna disapprendere; quando poi si apprende si fa doppia fatica: quindi sono ore buttate via. Non bisogna invocare lo Stato, lo Stato deve smettere di governare, lo Stato detta sempre dei codici; si finisce nella rappresentazione e ogni rappresentazione è sempre e comunque – ahinoi! – rappresentazione di Stato. Non so se sia chiara l’antitesi tra studio e scuola. Si studia desiderando. Questo è lo studio. La scuola invece è la palestra dell’ozio, per gli scioperati, per chi ha tempo da perdere. Salvatevi finché siete in tempo!”

Carmelo Bene da “Il Laureato Bis”

 Vi sembrerà alquanto buffo, ma queste parole del maestro CB mi vengono in mente puntualmente ogni qualvolta sono in una fiera, (da praticamente sempre). Quest’anno per la prima volta mi sono perso Artefiera di Bologna, forse scrivo questo per nostalgia come per un natale perduto, ma sono stato momentaneamente (qualche mese) distratto da altro o altra religione (per fortuna e finalmente). Purtroppo però questa malattia che è la pittura non lascia scampo e le recidive sono ad un passo dalle pause e dai sorrisi sereni, perché per un artista il desiderio massimo è annullarsi, così sempre si annida ardente dietro l’angolo e mai riposa in pace. 

Si dipinge desiderando, in un percorso stabile, non rinnegabile in quanto inevitabile tragitto dell’anima propria. Così come per imparare bisognerebbe disapprendere, per dipingere bisognerebbe dimenticare la pittura, fino a dimenticare se stessi nell’oblio che porta al presente nel moto continuo dell’irripetibile. Mai i nuovi media potranno sostituire la materia fluttuante che s’addensa sulla tela e muove i propri desideri, così come dalla materia nasciamo e da li si muove l’uomo e gli artisti tutti. Amici artisti, lo stato/status symbol imposto dal mercato semprefittizio dell’arte non potrà mai giocare partite sul disapprendimento di se stessi già in quanto rappresentazione o messa in scena di un unicum fisso e immobile. L’arte del “mercato dell’arte” è la ripetizione di una matrice quale firma indubbia di un artista che muove in un cerchio chiuso la propria cantica, eppure, mai dovremmo perdere di vista quel timbro che si fa certamente tono personale e sempre fisso ma in un progress, che non dovrebbe mai inchinarsi a produzioni statiche e auto-commemorative. Ho visto negli ultimi anni la trasformazione di forti personalità, amici artisti, curvati dalla ripetizione di se stessi continua e estenuante. La richiesta di mercato è quanto di più distruttivo ci possa essere per una sincera ricerca artistica.  Si dipinge desiderando, dimenticandosi e dimenticandola, questa è la pittura. Il mercato è la palestra dell’arrendevolezza di fronte all’arte, per gli scioperati, per chi ha tempo da perdere. Salvatevi finché siete in tempo! 

 

 

 

Tra tantissimi quadri
Infinite porte
Sotto accordi di forme e colori
Interamente
Ora respiri
Lì ridarai la tua vita.

Con il mio maestro Errico Ruotolo nel mio studio. Ercolano, Napoli. 2002

Mi trovo con questi ultimi lavori ad attuare una sottrazione, una sottrazione della conoscenza.

La conoscenza è un pieno, le persone parlano, urlano, addizionano se stessi alla realtà, addizionano la realtà di se stessi.

In questi lavori io sottraggo alla vista la conoscenza di un’immagine stereotipo precostituita e addiziono un vuoto, una mancanza come l’incoscienza, di ciò che non è palpabile di ciò che non è visibile di ciò che non è più riconoscibile, questo mi porta in uno spazio nuovo.

Io sperimento il vuoto sperimento la mancanza, la mancanza e il vuoto come oblio e come dimenticanza, come tentativo di sopraffare la conoscenza da tutto ciò che abbiamo già nella mente, nella memoria, come stereotipo e archetipo sempre proiettato sulle cose. Io vorrei scardinare, scavalcare, svuotare, cancellare, non decontestualizzare come le avanguardie del 900 ben hanno fatto liberandoci già dalla schiavitù dei pensieri precostituiti. No, è il rapporto tra la funzione visiva di quello che abbiamo di fronte e le funzioni che detta la nostra memoria, tra la nostra memoria e quello che vediamo. Io vorrei decontestualizzare il meccanismo di proiezione della memoriariportandola altrove. Decontestualizzare l’archetipo usufruendo delle sue sagome ma adoperando una sottrazione che mi riporta al vuoto come sua dimenticanza, poichè il vuoto non è l’assenza ma si palesa lì dove non c’è o non c’è più conoscenza.

Il vuoto non è qualcosa che ha inizio e fine in se stesso, non è un corpo, il vuoto non è un nulla separato dal resto. Il vuoto non esiste fisicamente se non nella nostra mente in forma di pura incoscienza. Allora mi tuffo nel vuoto, mi tuffo nella dimenticanza dell’archetipo sottraggo alla visione all’elemento scontato che la memoria oramai satura di immagini continuamente ci falsa l’emozione, ci falsa e ci distrugge, ci annienta e ci schiaccia, ci opprime e ci comprime. Io voglio sottrarre addizionando il vuoto della dimenticanza. Cosa meravigliosa sarebbe trovare la possibilità di cancellare qualcosa nella mente degli altri dopo aver esposto i miei quadri, sarebbe meraviglioso dare qualcosa in meno e non in più. Io vorrei che attraverso i miei quadri riuscissi a cancellare dalla mente degli uomini qualcosa. Liberarli almeno per un attimo.

E’ necessario oggi cancellare, non è necessario addizionare, siamo troppo pieni di immagini siamo troppo pieni di stereotipi, di coscienza come conoscenza. Dobbiamo sottrarre, dobbiamo riscoprire il vuoto come dimenticanza. Cercherò il vuoto che rifarà luce sulla realtà in modo inatteso. Vorrei decostruire la conoscenza, è questo ciò che vorrei, decostruire, scoprire il vuoto come liberazione. Noi non pensiamo che a forme piene non pensiamo che a cose, io voglio pensare al vuoto che abbiamo, allo spazio che più somiglia a ciò di cui abbiamo bisogno veramente. voglio riuscire ad eliminare il pieno dei miei pensieri. E’ una ricerca che mi prende molto sin dal 95, da quando già mi interessava il positivo e il negativo delle cose. Io riuscivo a percepire il fascino del rapporto che c’è tra un pieno e un vuoto. Voglio cancellare, voglio sottrarre per riscoprire la realtà così com’è. Io cercherò di sottrarre alla forma non il significato ma la forma stessa. E’ questo il mio intento. Il significato non mi interessa, l’addizione dell’essere umano non mi interessa. Mi interessa dimenticare l’idea e trovarmi nel vuoto come sottrazione per ritrovarmi in uno spazio vero e perfetto.Dimenticare le mie conoscenze, dimenticare perfino di dimenticare, attraversare il vero vuoto…sfiorando il nulla del pensiero per ritrovarmi nella realtà.. Attraverso il vuoto della dimenticanza si può raggiungere l’essenza delle cose. Per poter attuare questo la pittura si fa mezzo d’eccezione scientifica e di pratica attraverso la quale a me si palesa la vita nella sua verità.

Giovanni Ricciardi

“Il meraviglioso non suscita in noi nessuna sorpresa, perché il meraviglioso è ciò con cui abbiamo la più profonda confidenza. La felicità che la sua vista ci procura sta propriamente nel fatto di veder confermata la verità dei nostri sogni.”

Ernst Jünger

Archetipostatico uno

Quando mi fu tutto
dinanzi agli occhi
il dolore che non vissi
in sé tutto s’avvolse.

Bit_The Islands
30 novembre 2007
Pèniche La Balle au Bond, Paris

Io non ho fatto l’opera
l’ho sentita
Ed era come un grido da lontano
Una eco a richiamare i miei impulsi più remoti.
Io non ho amato l’opera
l’ho rifiutata
Ed era come una spina trafitta nel tempo immobile
Lì non sono stato che immobile.
Dall’altra parte mi perseguita e consola
la sua lontananza
Dall’altra parte dell’eternità mi tiene
per la sua origine
la mia fine.

L’artista deve essere libero di poter seguire la strada del proprio operato artistico, dell’opera singola, che si spiana, si ramifica naturalmente e autonomamente. L’artista deve essere sempre rintracciabile dal suo spirito che opera, che chiama e detta legge. Il talento si scontra così con la difficoltà di organizzare un lavoro serio e continuo e le strade dell’opera diventano contaminate da momenti mancati, da mancanti e adeguati affondi.

L’arte vuole tutto per se, pena l’abbozzo, l’approssimazione, l’aborto.

L’artista deve seguire la propria ricerca artistica con cura, con minuzia e lucidità.

L’arte non permette di fare altrimenti.

Sin dai miei precoci accostamenti al mondo della comunicazione per immagini ho sentito come necessità primaria di navigare verso le intriganti possibilità evocative dei simboli. Dopo uno studio approfondito sulle possibilità soprattutto tecniche iniziato negli anni 90, nel 1995 il mio interesse si muove su tematiche introspettive con opere come “ex-stasis” fino ad arrivare a quelle del 96, in cui la mia ricerca si è aperta verso l’esterno indirizzandosi sull’approfondimento della visione post-umana tanto discussa e affrontata nei circuiti mondiali dell’arte contemporanea. Dal 97 La mia ricerca si muove prima sulla “emulazione ” dei materiali, delle superfici in trasformazione, (come
la muffa artificiale in “carnivoro“) poi verso un’analisi che scandaglia le cause degli effetti, le relazioni tra forme e contenui. In definitiva c’è un filo conduttore che unisce tutto il mio percorso, fino ad oggi molto intenso seppure breve, e penso che converta nel mio tentativo di edificare un’immagine e un’opera che non vuole essere solo rappresentazione di una visione individuale,ma che adopera l’arte come mezzo di conoscenza introspettiva sul reale, per una interlocuzione attiva tra il codificato e il decodificabile.

Giovanni Ricciardi

Giocando a tre anni nello studio di mio padre scultore Mario Ricciardi

www.marioricciardi.it 

 

E’ possibile sfuggire al giudizio soggettivo?

Amo leggere Heidegger quando descrive il momento dell’incontro con l’opera d’arte, evento che segna l’inizio stesso di un “mondo storico” e quindi, il punto d’avvio di una sicura metamorfosi, di una trasformazione dei rapporti ordinari con il mondo e la realtà che ci circonda nel suo insieme. Scopriamo allora con stupefazione, senza aver avuto mai preavviso dall’arte, che siamo necessariamente impreparati ad affrontare il nuovo obiettivamente. Il mostrarsi dell’evento inatteso di una rivelazione “verità” si manifesta come “evento storico” in quanto l’artista non è l’origine, non è il creatore, secondo Heidegger è semmai il “pastore dell’essere”. Nell’inatteso, questo evento di trasformazione anticipa il nostro gusto e la nostra capacità di dominare il giudizio. Questo momento si concretizza come evento pregno di rifiuto/incanto.

Guardiamoci dal giudizio.

Sempre Martin Heidegger, in una sua Lettera del 1945 scriveva “…Proprio quando si caratterizza qualcosa come “valore”, ciò che è così valutato viene privato della sua dignità. Ciò significa che con la stima di qualcosa come valore, ciò che così è valutato viene ammesso solo come oggetto della stima umana. (…) Ogni valutazione, anche quando è una valutazione positiva, è una soggettivazione. Essa non lascia essere l’ente, ma lo fa valere solo come oggetto del proprio fare. Lo strano sforzo per dimostrare l’oggettività dei valori non sa quello che fa”.

Il disarmo dell’arte

Pongo a questo punto la mia questione dopo aver fatto queste premesse, viaggiando tra l’impossibilità di oggettivare un giudizio e l’incanto per lo sconosciuto. Rimango sempre un po’ stordito da quante espressioni artistiche oggi si prendono gioco dell’arte comparendoci davanti agli occhi ed esaurendosi immediatamente dopo aver consumato l’inatteso.

Cosa succede allora? Perché i messaggi non durano tanto neppure nella noiosa serialità delle nuove produzioni artistiche? Quando arrivano sono fluttuanti e mancanti di fondamenta solide dove poter risalire il sentiero percorso dall’artista.

Modificate da un secolo le chiavi di riconoscimento “qualitative” dell’opera d’arte, la difficoltà nel “riconoscere” un lavoro artistico autentico non si porrebbe più, al massimo risiederebbe solo nel riconoscere l’artista quale pastore dell’essere! Eppure l’arte che ancora desta grosse credenziali di autenticità rimane quella in cui l’evento storico e comunicativo viene rimandato altrove fuori dall’opera stessa (come metafora e specchio “di”). Nel 2002 appuntavo questo concetto che riporto, e che mi pare essere ancora degno di riflessione: “[…] E’ necessario raggiungere un punto distante da se per comunicare, poco distante da se per rimanere in possibilità di rilancio, fuori da se. L’opera deve parlare fuori dal suo corpo, non su se stessa, può rimandare altrove per ripensare nei luoghi di origine la sua deposizione il suo tramite interlocutore. I messaggi plasmati sul corpo dell’opera rimangono in autoriflessione, il corpo del significante rimandato altrove rimane sempre attivo. E’ fuori l’opera che si comunica non su di essa, e al centro tra noi ed essa che avviene il punto di incontro, né su di essa né sui pensieri. E’ poco distante dall’opera l’azione primaria, la leva che porta il messaggio più acuto in fila gli infiniti restanti. L’opera può pensare tutto tranne che se stessa, l’opera d’arte è viva se porta il messaggio fuori da se stessa, e non al suo interno. La nostra comunicazione diventa tale se portata fuori da noi, pertanto se lasciata in sosta psichica rimane pensiero , rimurginazione, riflessione. E’ nel punto d’incontro tra chi domanda ed essa  che proietta altrove la sua risposta. Può essere scena aperta su di una realtà  che usa l’artista come tramite, come mezzo per essere rivelata, un’ opera come risultato di una possibilità di rappresentazione nell’infinito molteplice rimane affascinante ma non comunicativa, l’opera che intendo non vive per se, non vuole essere  spia, non vuole morire di mal di testa. […]

E’ possibile sfuggire al giudizio soggettivo?
Quanti “pastori dell’essere” e quanto “gregge” muovono oggi il mondo dell’arte?

L’opera “nuova” nasce dalla separazione dei propri intenti, in quanto le intenzioni ci portano solo dove risiedono già le conoscenze.
L’opera si autogenera e apre la conoscenza del nuovo nel momento in cui abbandoniamo l’intento. Eppure, l’arte non è libertà assoluta, è scienza percorribile in un’unica strada,  precisa, tagliente e indiscutibile, la propria.

L’arte è indiscutibile.

Noi amici artisti immersi e impegnati sulle strade dell’inconosciuto… siamo scienziati di mondi tutti da svelare.

In origine fu il caos…1980 tempera su tela, tra i colori di mio padre    a Mario Ricciardi

Di ricordo del ricordo si potrebbe parlare, in realtà non si vive…si ricorda solamente.
L’immagine del ricordo sull’immagine in atto.
Contaminazione del sedimento in stasi.
Attività improduttiva.
L’incesto della memoria sta nel suo fondere le realtà con il ricordo.
Pensare ad un albero guardando un albero, presuppone una conoscenza di uno stereotipo archetipo che agisce e violenta, sottrae e rinnega la presenza del soggetto. L’idea sovrasta, il preconcetto avanza e riveste.
Cosa è sottraibile più della realtà? Solo il ricordo, l’immagine dell’immagine detta nella mente il vero senso delle cose. Il vero senso sfugge all’occhio, ai sensi. Si conosce solo ciò che si riconosce. Quindi se guardo un albero mi sfugge la sua forma, e sto guardando soprattutto la mia idea dell’albero..se guardo il mare mi sfugge l’onda per il ricordo del mare nel suo stereotipo archetipo. Così se ti parlo mi sfugge la tua essenza ma ti codifico nelle mie pre-costituzioni pre-giudizi. Nulla si conosce tutto si sottrae. Si ricorda solamente, non si vive. La vita è solo basata sul ricordo. Se non ci fosse il ricordo smetteremmo immediatamente di vivere. Perché la sensazione della realtà nasce subito nel ricordo dell’istante vissuto. Senza il ricordo moriremmo. Saremmo finti, pupazzi. La memoria, la r.a.m. La possibilità di memorizzare è la nostra salvezza perché ad essa segue la capacità dell’elaborazione delle idee. Senza il ricordo non potremmo neppure elaborare un’idea. Dunque il primo atto della realtà risiede nel ricordo. E’ lecito pensare dunque che al ricordo precede il ricordo. Il ricordo è già a sua volta il ricordo di qualcosa. Si ricorda così due volte. Si compie due volte la stessa azione. Quella che avviene nel momento vissuto e quella del momento richiamato alla mente. Si ricorda due volte. Sdoppiamento del ricordo. A questo si può sommare l’immagine precostituita del ricordo. Non siamo liberi per niente. Siamo prigionieri della mente.
Giovanni Ricciardi

Sono a scrivere sul “momento ” che mi trovo a verificare nel mio studio. Gli oggetti che ho prodotto (fiori fluorescenti) “cyclic love” non hanno dato pochi problemi alla realizzazione.
Questo nuovo materiale , poliestere trasparente mescolato con colori acrilici o smalti, rende enormemente. La qualità va ancora cercata all’interno della sua catalizzazione.
Un materiale che possa attivamente includere in se stesso dei corpi colorati mi affascina e mi suggerisce quindi progetti nuovi. La glaciazione , al suo interno, di un gesto mi riporta alla scultura. Ma in più vive il dato prettamente pittorico . Continuo il mio studio sui meccanismi umani e della natura. Con l’ultimo quadro sul ciclo dell’amore.
Il ciclo ritorna costantemente nella continuità delle cose , tutte. Devo continuare in questa direzione accrescendo il dato tecnico /estetico delle forme modellate e conservando sempre la mia necessità strutturale.

 

Giovanni Ricciardi

Nelle prove già dipinte nel 1997 ho raggiunto una combinazione pittorica abbastanza soddisfacente le sfoglie pittoriche si sovrappongono lasciando fuoriuscire il corpo sottostante, mischiandosi lacerandosi, fondendosi.
Ora pongo la mia attenzione di studio ancora una volta sulla forma. Continuo costantemente ad osservare la sedimentazione murale della muffa affascinante per le continue trasformazioni e sovrapposizioni di temi sgretolati, fusi, contaminati. Nell’importanza che do al continuo passaggio del tempo su di un muro confido il mio prossimo sviluppo pittorico.
Nel contrasto opposto ma speculare delle immagini troviamo quello che manca, quello che completa.
La crescita è la ricerca verso “l’altro”, verso ciò che è lontano da noi e la messa in discussione del tutto è l’unica arma a disposizione. Un pensiero, un’azione che non medita su se stessa e su quello che non è, non cresce, non scarta, non evidenzia, sopravvive.
L’affermazione di se stessi avviene penso proprio nel contrastare le cose già esistenti, ma non voglio essere frainteso, contrastare non solo quando si può avere a disposizione un qualcosa di oggettivamente più forte. Credere. La verità non esiste , valgono solamente le ragioni. Le ragioni cambiano, ecco perché contraddico sempre quello che affronto quello che vedo soprattutto ciò che dipingo. L’unico mezzo a mia disposizione per fare questo è la pittura, crescere iniseme ad essa.
Dunque squarci aperti su nuovi tessuti pittorici, velature, accavallamenti. Quando ciò che è sommerso è reso visibile e ciò che non è sommerso invisibile.
Un progetto per un’opera che rappresenti il tutto universale è quell’opera che contrasta il tutto stesso.

Giovanni Ricciardi

Cos’è lo spazio e il corpo pittorico?
Su cosa si basa la mia visione?
Sento qualcosa da esprimere , qualcosa che preme dentro di me. Verificare. Lo squilibrio armonico che sto realizzando è troppo esasperato.
Le forme sono confuse così come voglio. Linguaggio bloccato da preconcetti , attività comunicativa zero. Non cerco il bello. Devo coordinare il mio essere con l’esterno? nulla di più difficile. Rappresentare me o ciò che è fuori di me? Sono alle soglie di un grande salto! Spero non sia nel vuoto… Il bel quadretto non serve: Sconvolgere, coinvolgere, annullare, costruire, demolire, ingannare, ubriacare, meditare, praticare, sanguinare, parlare, accattivare, permanere, santificare..avanguardia. voglio obbedire non trovare, siamo fusi. Acerbo.


Giovanni Ricciardi

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