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Let life consume you

Lascia che la vita ti consumi, una vita d’arte, quell’arte completamente fusa alla vita.

Il personale incontro di ciascuno con il proprio quotidiano tanto somiglia all’incontro con l’opera d’arte, dinanzi ad un’opera lo spaesamento dell’inatteso vince, ma solo per poco. La nostra capacità/necessità di sopravvivere detta nuove leggi quando opportune e recupera vecchi significati come ultimo tentativo di ritrovarsi in un luogo sicuro.

 

 

L’opera è fatta dalla distanza, è la messa in scena della distanza tra chi opera e l’atto che la rende visibile. E’ il metro di misura dei desideri dell’uomo. La distanza, l’inclinazione, la direzione, l’intonazione degli strumenti fanno si che l’opera sia unica e irripetibile. Cambiando questi parametri mutano i rapporti col mondo, muta la propria presenza al mondo. L’opera cambia quando cambiano le posizioni e le posizioni oggi sono infinitamente fragili, liquide. Questo vagare, muoversi continuamente è il peregrinare del poeta finito che si smaterializza costantemente e si ricompone mille e mille volte.

L’integrità come può esistere oggi, l’unità come può confermarsi in questo continuo mutare e annullare se stessi. Cosa rimane, qual’è la costante al mondo che possa confermare la propria distanza tra sé e il grande oggetto del mistero. Il desiderio. Eppure, è proprio la distanza tra sé e quel punto anelato a fare la differenza. Il grande mistero della propria esistenza sta nella distanza e nell’illusione di poter raggiungere un’unità perduta, stabile. Mimata per lo più dietro gli alibi della coscienza. L’aver fatto qualcosa anche oggi, ora, di compiuto, essersi avvicinati quanto più possibile al proprio mistero. Ancora una volta, al desiderio. E allora lo scarto, la zuffa con l’inutile, apparente tempo perduto, si aggroviglia su se stesso, si ispessisce come un muro davanti i propri occhi, s’ammanta di ciò che deve essere a tutti i costi nascondendo il desiderio, allontanandolo. E’ la distanza con i propri desideri che si perde. L’unica, pericolosa perdita che può bloccare, invalidare ogni gesto nella propria esistenza.

Il senso dell’inganno è la perdita.

Il più grande inganno indotto ai giorni nostri è la perdita di se stessi, di un’integrità che non può essere smaterializzata, bensì, nelle distanze colpita, allontanata, cambiandole costantemente posizione. E’ lo sfratto coatto con sequestro del proprio bene l’illusione più grande, come se ci fosse qualcosa da sottrarre che non sia la distanza tra sé ed i propri desideri.

Eppure nella vita dei corpi non c’è nulla. Nella vita della mente abita il tutto.

Non può esserci reclusione delitto più grande dell’attentare ai desideri di un uomo. Lì, colpire sulla distanza tra l’uomo e i suoi desideri, allontanandolo, fracassandogli la testa contro, la violenza più grande. Questo, è di quanto peggio poteva accadere alla vita di un uomo. Questo, è quanto spesso provochiamo a noi stessi, vittime e carnefici allo stesso tempo.

g.r. luglio, 2015

Desiderio – 120×100 cm, olio su tela, 2015

Quando afferra o solo sfiora una verità, esce da questa misera vita e tocca l’eternità, io lì riconosco un artista, quando la mostra al mondo, gliela regala all’improvviso. E’ un’intuizione, un rimando di qualcosa che appartiene agli uomini, in dialogo con tutto il mistero della bellezza.  g.r.

Desiderio (particolare) 120x100cm, olio su tela 2015.

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