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C’è da portare avanti un equilibrio, per poter ricodificare tutto quello che è stato reso inpalpabile dell’arte. Inevitabilmente abbiamo avuto nell’ultimo millennio una frantumazione del codificato, un’azione disintegrante del significato per l’edificazione di poetiche allusive e portatrici del tutto universale. C’è bisogno di rimettere insieme i pezzi sparsi per poterli ricodificare e ripensare, una chiarezza per poter essere ripensata. Per un equilibrio che non sia soltanto del supporto, come impostazione scenica di nesso logico-visivo, è l’equilibrio tra ciò che c’è dietro o dentro un’opera e ciò che c’è fuori ad essa ad essere prioritaria, l’equilibrio tra ciò che gli appartiene a ciò che l’attende e l’interroga. Dove l’opera si fa cardine tra dimensioni in completa armonia.
Il campo in cui operare, gli spazi sono stati percorsi fino al loro svuotamento di nesso logico, fino al loro più impercettibile segreto. Restano le attese non di risposte ma di domande da parte di tutto ciò che non appartiene al mezzo nella sua forma. Chi può prescindere da un campo dove operare in completa fusione oltre che dei mezzi anche da venti lontani? Il campo pittorico prende corpo nella dimensione in cui il suo vuoto bilancia il pieno di fruizione estesa nell’infinito dei media. Il suo pieno non ha funzione nel momento in cui non è in perfetto equilibrio comunicativo con il fruitore. E’ un’interlocuizone attiva, domande e risposte di peso controbilanciato costantemente. Anche lo squilibrio apparente di un tramonto porta con se il contropeso di un universo buio. Così come dove arriva la luce è possibile rintracciare il cosmo a piena forma rivelata in perfetto equilibrio cosmico. L’arte può portare in se il tutto, rispondere a tutto, parlare al tutto di tutto, come rete invisibile su cui inciampare e rimanere imbrigliati nelle risposte. Ecco che il nuovo è di chi ha avuto risposte alle sue domande e il di nuovo, di chi riceve le stesse risposte.
E’ necessario raggiungere un punto distante da se per comunicare, poco distante da se per rimanere in possibilità di rilancio, allo stesso modo l’opera deve parlare fuori dal suo corpo, non su se stessa, può rimandare altrove per ripensare nei luoghi di origine la sua deposizione il suo tramite interlocutore. I messaggi plasmati sul corpo dell’opera rimangono in autoriflessione, il corpo del significante rimandato altrove rimane sempre attivo. E’ fuori l’opera che si comunica non su di essa, e al centro tra noi ed essa che avviene il punto di incontro, né su di essa né sui pensieri. E’ poco distante dall’opera l’azione primaria, la leva che porta il messaggio più acuto in fila gli infiniti restanti. L’opera può pensare tutto tranne che se stessa, l’opera d’arte è viva se porta il messaggio fuori da se stessa, e non al suo interno. La nostra comunicazione diventa tale se portata fuori da noi, pertanto se lasciata in sosta psichica rimane pensiero, rimurginazione, riflessione.
L’opera d’arte può essere riflessiva se non comunica nulla, se conserva in se la sua comunicazione, e le sue domande le cela. L’opera d’arte può pensare, può meditare sull’universo, e può in quel caso non comunicare ma guidarci alla sua emulazione, alla sua riflessione sull’estasi in atto. La comunicazione è fuori da essa. E’ nel punto d’incontro tra chi domanda ed essa che proietta altrove la sua risposta. Può essere scena aperta su di una realtà che usa l’artista come tramite, come mezzo per essere rivelata, un’ opera come risultato di una possibilità di rappresentazione nell’infinito molteplice rimane affascinante ma non comunicativa, l’opera che inendo non vive per se, non vuole essere spia, non vuole morire di mal di testa. L’opera che intendo vuole domandare, rispondere, odiare, amare, soffrire. L’opera vive nel momento in cui porta poco distante da se il suo messaggio, altrove, annullando il tempo, il suo, divenendo immortale.

Giovanni Ricciardi

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